WABI SABI E IL MASSAGGIO FACCIALE GIAPPONESE: L’ARTE DI RITROVARE LA BELLEZZA ESSENZIALE
Un altro modo di guardare la bellezza e il tempo
Esiste una bellezza che non nasce dalla perfezione.
La incontriamo nella superficie irregolare di una ceramica, nel legno che porta i segni degli anni, nella pietra consumata dalla pioggia. È una bellezza discreta, che non cerca di nascondere il tempo ma sembra, al contrario, acquistare profondità proprio grazie al suo passaggio.
È attraverso immagini come queste che possiamo avvicinarci al Wabi-Sabi, una sensibilità estetica profondamente legata alla cultura giapponese.
Racchiuderla in una definizione è difficile. I termini wabi e sabi hanno attraversato una lunga evoluzione e soltanto nel tempo sono stati accostati per esprimere quella particolare attenzione verso la semplicità, la sobrietà, l'impermanenza e la bellezza delle cose segnate dalla vita.
Non è, quindi, semplicemente “l'arte dell'imperfezione”, come spesso viene raccontato in Occidente.
È uno sguardo.
E forse proprio questo sguardo può offrirci una prospettiva interessante quando osserviamo il volto umano.
Il nostro viso cambia continuamente. Cambia nell'arco di una giornata e cambia attraverso gli anni. La pelle perde alcune caratteristiche e ne acquista altre, i lineamenti maturano, compaiono segni che prima non esistevano. Alcuni appartengono semplicemente al tempo; altri sembrano ricordare abitudini ed espressioni ripetute migliaia di volte.
Eppure gran parte della comunicazione contemporanea sulla bellezza utilizza un vocabolario differente: cancellare, correggere, contrastare, combattere.
Il tempo diventa così qualcosa contro cui misurarsi.
Il Wabi-Sabi suggerisce una possibilità diversa: osservare ciò che cambia senza considerarlo necessariamente un difetto.
Questo non significa rinunciare alla cura di sé. Accogliere il tempo non vuol dire smettere di proteggere la pelle, desiderare di sentirla piacevole o dedicarsi a un trattamento. Significa, piuttosto, modificare la domanda.
Non più soltanto: come posso sembrare più giovane?
Ma anche: come posso prendermi cura del volto che ho oggi?
È qui che il massaggio facciale in stile giapponese può incontrare, in una lettura contemporanea, la sensibilità del Wabi-Sabi.
Non perché esista un'antica relazione storica che unisca necessariamente le due pratiche, ma perché il tocco può diventare un modo per avvicinarsi al volto senza viverlo esclusivamente come qualcosa da correggere.
Le mani incontrano ciò che c'è.
Seguono una fronte, una mandibola, le guance, le tempie. Percepiscono forme differenti, consistenze, zone più morbide e altre nelle quali la persona può avvertire maggiore tensione. Il volto non deve essere ricondotto a un modello ideale prima di poter ricevere attenzione.
Può essere accolto così com'è.
In questo senso il tempo assume un significato particolare.
Una linea sul volto non è necessariamente qualcosa da celebrare, ma neppure qualcosa da considerare automaticamente un errore. È parte di una trasformazione naturale che accompagna ogni essere umano.
La cura può allora convivere con l'accettazione.
Possiamo desiderare una pelle più luminosa, concederci il piacere di un massaggio, utilizzare cosmetici e prenderci cura del nostro aspetto senza trasformare la giovinezza nell'unica misura possibile della bellezza.
Forse è proprio questo ciò che il Wabi-Sabi può suggerire al nostro sguardo contemporaneo.
Non l'abbandono della bellezza, ma una sua idea più ampia.
Una bellezza nella quale trovano posto il cambiamento, l'unicità e persino ciò che non è perfettamente simmetrico o levigato.
Davanti a un volto, allora, la domanda può cambiare ancora una volta.
Non soltanto quanto tempo mostra, ma quanta vita racconta.
Giovanni Randon
Direttore della Scuola KINUTE® – Corsi di Massaggio Facciale KAOSHIDŌ
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