Il massaggio facciale in stile giapponese
Tra cultura del gesto, cura del volto e qualità del tocco
Ci sono gesti che sembrano semplici soltanto finché non proviamo a comprenderli davvero.
Una mano che scorre sul volto, una pressione mantenuta per qualche istante, un ritmo che rallenta e poi cambia: osservato dall’esterno, il massaggio facciale può apparire come una successione di manualità. Ma quando il gesto viene studiato con attenzione, emerge qualcosa di più complesso.
Il massaggio facciale in stile giapponese appartiene a un panorama nel quale tecnica, sensibilità manuale e cultura della cura si incontrano.
Parlarne richiede però una precisazione. Non esiste un’unica pratica antica e uniforme che possa essere identificata semplicemente come “il massaggio facciale tradizionale giapponese”. La storia delle pratiche manuali in Giappone è articolata e comprende metodi, scuole e influenze differenti, sviluppatisi nel corso del tempo.
Tra le tradizioni più importanti troviamo, per esempio, l’Anma, pratica di origine cinese che in Giappone ha conosciuto una propria evoluzione storica. Accanto a essa sono nate, in epoche e contesti diversi, numerose modalità di lavoro sul corpo e sul volto.
Per questo, quando ci riferiamo a pratiche contemporanee che raccolgono elementi della sensibilità manuale ed estetica giapponese, è spesso più corretto parlare di massaggio facciale in stile giapponese.
Questa espressione non diminuisce il valore della pratica. Al contrario, permette di osservarla senza costruire genealogie artificiali e di concentrarsi su ciò che realmente accade attraverso le mani.
Il volto è un territorio particolare.
È una delle parti del corpo che mostriamo maggiormente agli altri. Cambia con il sorriso, con la concentrazione, con la stanchezza, con il tempo. Una mandibola può apparire più contratta, una fronte più distesa, lo sguardo più aperto o raccolto.
Toccare il volto significa quindi entrare in uno spazio personale che richiede attenzione.
Le manualità possono essere molto differenti. Alcune sono lente e continue, altre più ritmate e dinamiche; possono esserci pressioni, mobilizzazioni, scorrimenti, percussioni leggere e momenti nei quali il contatto quasi si ferma.
La qualità non dipende soltanto dalla quantità delle tecniche conosciute.
Conta la capacità di dosare.
Una pressione corretta su una persona può essere eccessiva su un’altra. Un ritmo piacevole in un momento può risultare troppo intenso in quello successivo. La sequenza fornisce una struttura, ma è la sensibilità dell’operatore a trasformarla in un trattamento realmente adattato alla persona.
È in questo passaggio che la tecnica comincia a diventare arte del gesto.
Alcune pratiche manuali dell’Asia orientale utilizzano inoltre concetti tradizionali come Ki 気, meridiani e punti. Sono elementi appartenenti a sistemi culturali e medici storici che hanno influenzato, con modalità diverse, anche il Giappone.
È importante non confonderli con l’anatomia contemporanea.
Il Ki non corrisponde a una sostanza fisica misurabile e i meridiani non coincidono con strutture anatomiche riconosciute dalla medicina moderna. Possono però essere studiati come parte di una particolare concezione tradizionale del corpo, nella quale movimento, respiro, ambiente e persona vengono osservati come aspetti collegati.
Lo stesso rigore è necessario quando parliamo degli effetti di un massaggio del volto.
Un trattamento può essere percepito come rilassante, piacevole e distensivo. Il contatto e la manipolazione dei tessuti possono modificare temporaneamente le sensazioni del volto e il modo in cui viene percepito il proprio viso.
Non occorre promettere trasformazioni permanenti, “detossificazioni” o ringiovanimenti straordinari per riconoscere il valore della pratica.
Forse uno dei suoi aspetti più interessanti si trova proprio nella possibilità di sostituire, almeno per un momento, il linguaggio della correzione con quello della cura.
Il volto non deve necessariamente essere trattato come qualcosa da riportare a una condizione precedente.
Può essere incontrato nel momento presente.
Con i suoi cambiamenti.
Con le sue asimmetrie.
Con i segni lasciati dal tempo e dalle espressioni.
Da questa prospettiva la bellezza non coincide necessariamente con l’assenza di età. Può essere anche armonia, vitalità percepita, naturalezza e capacità di riconoscersi nel proprio volto.
Il massaggio facciale in stile giapponese diventa allora interessante non soltanto per ciò che le mani fanno, ma per come lo fanno.
Con precisione senza rigidità.
Con attenzione senza invadenza.
Con una tecnica sufficientemente conosciuta da poter essere adattata.
Perché imparare una sequenza significa conoscere dei movimenti.
Imparare a toccare significa qualcosa di più: significa comprendere quando un gesto è necessario, quale intensità richiede e quando è arrivato il momento di lasciarlo andare.
Ed è forse proprio lì, quando la mano smette semplicemente di eseguire e comincia davvero ad ascoltare, che il massaggio acquista la sua qualità più profonda.
Giovanni Randon
Direttore della Scuola KINUTE® – Corsi di Massaggio Facciale KAOSHIDŌ
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