Il fluire del gesto tra cultura cinese e sensibilità giapponese
Ci sono gesti che sembrano trovare da soli la propria misura. Non sono deboli, ma non hanno bisogno di forza eccessiva. Non sono lenti per principio, né veloci per necessità. Seguono ciò che incontrano, cambiano quando è necessario cambiare e continuano senza perdere la propria direzione. Guardando una mano muoversi in questo modo sul volto, può venire alla mente una delle immagini più profonde del pensiero cinese: quella del Tao, o più propriamente Dao 道, la Via.
Dao significa innanzitutto “via”, “cammino”, ma nel pensiero cinese il termine ha assunto significati molto più ampi e differenti secondo le epoche e le correnti filosofiche. Nel Taoismo è diventato una parola fondamentale per interrogarsi sull'ordine e sul modo di procedere della realtà, sulla natura e sulla possibilità dell'essere umano di vivere senza opporsi continuamente al suo fluire. Non si tratta di una semplice regola di comportamento e neppure di un metodo da applicare meccanicamente: il Dao è uno dei concetti centrali e più complessi della storia del pensiero cinese.
Lo stesso carattere 道 attraversò anche la cultura giapponese, dove viene letto Dō. Lo incontriamo nel Jūdō, nel Kendō, nello Shodō e nel Chadō, la Via del tè. In questi contesti la Via assume caratteristiche proprie della cultura giapponese: una pratica viene coltivata nel tempo e la ripetizione del gesto può diventare occasione di affinamento della persona. La stessa tradizione del Chadō descrive il dō come una “Via” nella quale la pratica non si esaurisce nell'esecuzione tecnica. È importante, tuttavia, non confondere i due mondi: Tao e Dō condividono il carattere 道 e una lunga storia di trasmissioni culturali, ma Taoismo cinese e arti giapponesi della Via non sono la stessa cosa.
È proprio mantenendo questa distinzione che il Tao può diventare una lente interessante attraverso cui osservare il massaggio facciale in stile giapponese. Non perché quest'ultimo discenda storicamente dal Taoismo, ma perché alcuni aspetti del gesto manuale possono farci riflettere sul rapporto tra intenzione e naturalezza. Una mano esperta non cerca continuamente di dominare ciò che incontra. Appoggia, ascolta, modifica la pressione, cambia direzione, rallenta o accelera. La tecnica offre una struttura, ma all'interno di quella struttura rimane uno spazio nel quale il gesto deve sapersi adattare.
Anche Yin e Yang, concetti sviluppati all'interno del pensiero cinese, possono offrire un'immagine suggestiva se vengono mantenuti nel loro contesto tradizionale. Non indicano semplicemente due forze opposte, ma aspetti complementari che acquistano significato nella relazione reciproca. Nel gesto manuale possiamo riconoscere, per analogia, alternanze simili: pressione e rilascio, movimento e pausa, sostegno e leggerezza, continuità e cambiamento. Non è necessario trasformare queste immagini in spiegazioni anatomiche o fisiologiche. Possono restare ciò che sono: un antico linguaggio attraverso il quale una cultura ha cercato di osservare il cambiamento e le relazioni.
Nel trattamento del volto questa idea assume una particolare delicatezza. Il viso non è mai completamente immobile: respira, reagisce, cambia espressione, porta con sé stanchezza, attenzione, sorriso e tempo. Per questo una sequenza imparata perfettamente non dovrebbe diventare una successione automatica. Due volti non chiedono necessariamente lo stesso ritmo e la stessa pressione. Anche sulla stessa persona, ciò che appare adatto oggi potrebbe essere percepito diversamente in un altro momento. Seguire non significa rinunciare alla tecnica; significa possederla abbastanza da non esserne prigionieri.
In questa prospettiva possiamo avvicinarci anche a un'altra idea spesso associata al Taoismo: il wúwéi 無為, espressione difficile da rendere con una sola formula e che non significa semplicemente “non fare nulla”. Nel pensiero taoista rimanda, con sfumature differenti, a un agire che non forza inutilmente il corso delle cose. Applicarlo direttamente a un trattamento sarebbe una semplificazione, ma l'immagine può suggerire qualcosa a chi lavora con le mani: non ogni risultato nasce dall'aggiungere pressione, velocità o intensità. A volte la qualità di un gesto dipende proprio dalla capacità di non eccedere.
Il massaggio facciale in stile giapponese può allora essere osservato come un continuo dialogo tra forma e adattamento. Si apprende una tecnica perché le mani abbiano una direzione; si ripete perché il gesto diventi più preciso; si pratica abbastanza a lungo perché, un giorno, quella precisione possa apparire naturale. È qualcosa che ritroviamo anche nelle arti giapponesi della Via: la forma non viene abbandonata, ma attraversata fino a diventare sempre meno visibile nel gesto. Nel Chadō, per esempio, la Via del tè è descritta come una disciplina estetica e di affinamento di sé costruita attorno all'incontro tra ospite e invitato.
Forse è questo il punto nel quale il Tao può ancora parlarci senza bisogno di trasformarlo in qualcosa che non è. Non come teoria segreta del massaggio, non come spiegazione scientifica del corpo e nemmeno come origine storica delle pratiche facciali giapponesi. Piuttosto come un invito a osservare come facciamo ciò che facciamo.
Una mano può conoscere perfettamente una tecnica e continuare a imporla.
Oppure può conoscere la tecnica così profondamente da riuscire ad ascoltare ciò che incontra.
È allora che il gesto sembra perdere lo sforzo.
E comincia semplicemente a fluire.
Giovanni Randon
Direttore della Scuola KINUTE® – Corsi di Massaggio Facciale KAOSHIDŌ
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