Quando il volto diventa luogo di presenza
Ci sono momenti in cui basta guardare un volto per intuire qualcosa della persona che abbiamo davanti. La stanchezza può rendere lo sguardo meno presente, una preoccupazione può modificare l'espressione, un sorriso può trasformare in pochi istanti ciò che vediamo. Non è necessario cercare significati nascosti in ogni linea del viso per riconoscere una realtà molto semplice: il volto cambia continuamente insieme a noi. È una delle parti più visibili del corpo e, allo stesso tempo, una delle più intime. Attraverso il volto incontriamo gli altri e, molto spesso, è attraverso il volto che gli altri incontrano noi.
Le culture dell'Asia orientale hanno sviluppato nel corso dei secoli differenti modi di osservare questa relazione tra aspetto esteriore, vitalità e dimensione interiore. Nella tradizione cinese troviamo, tra questi, il concetto di Shen 神. Tradurlo semplicemente con la parola “spirito” è possibile, ma non sufficiente. Il termine ha avuto significati diversi nel corso della storia e, nel linguaggio della Medicina Tradizionale Cinese, è stato collegato alla coscienza, alla presenza mentale, alle emozioni e alla vitalità complessiva della persona. Nella sistematizzazione della medicina cinese lo Shen viene inoltre associato al Cuore, all'interno di una concezione del corpo molto diversa da quella dell'anatomia e della fisiologia contemporanee.
Tradizionalmente anche lo sguardo assume un'importanza particolare. La luminosità e la presenza degli occhi potevano essere osservate come espressioni dello stato complessivo della persona. È un'immagine che conserva ancora oggi una notevole forza evocativa: diciamo spontaneamente che qualcuno ha uno sguardo vivo, stanco, assente, sereno. Ma è importante mantenere distinti i linguaggi. Leggere lo Shen attraverso il volto o gli occhi appartiene a un sistema interpretativo tradizionale e non rappresenta uno strumento diagnostico della medicina contemporanea. Anche all'interno delle medicine dell'Asia orientale il significato e l'utilizzo dello Shen non sono stati uniformi: gli sviluppi cinesi e giapponesi mostrano differenze importanti.
È proprio mantenendo questa distinzione che l'incontro con il massaggio facciale in stile giapponese può diventare interessante. Non perché quest'ultimo derivi storicamente dal concetto cinese di Shen e nemmeno perché le mani possano intervenire direttamente su qualcosa chiamato “spirito”. Il punto d'incontro è più semplice e, forse, più umano: entrambi ci invitano a considerare il volto come qualcosa che non può essere ridotto soltanto alla sua forma esteriore.
Durante un trattamento, le mani incontrano una superficie viva e continuamente mutevole. Pressioni, scorrimenti, mobilizzazioni, ritmi più dinamici e momenti più lenti si succedono seguendo una struttura, ma il gesto non dovrebbe diventare meccanico. La fronte può apparire più o meno distesa, la mandibola più o meno contratta, il respiro può cambiare ritmo, il volto può progressivamente assumere un'espressione differente. Non è necessario attribuire a questi cambiamenti significati invisibili o promesse terapeutiche: per molte persone ricevere un contatto attento e continuo può semplicemente rappresentare un'esperienza piacevole di rallentamento, distensione e presenza.
Ed è forse qui che lo Shen può offrirci una chiave di lettura culturale, senza bisogno di trasformarlo in una spiegazione fisiologica. Ci ricorda che, nella tradizione cinese, osservare una persona significava anche prestare attenzione alla qualità della sua presenza. Il volto non era considerato soltanto una superficie da descrivere, ma una parte dell'insieme attraverso cui la persona diventava visibile. Nel massaggio facciale possiamo ritrovare, da un'altra prospettiva e in un contesto contemporaneo, qualcosa di simile: la consapevolezza che sotto le mani non abbiamo semplicemente pelle, muscoli o lineamenti, ma una persona che sta vivendo quel momento.
Questo modifica anche il significato della bellezza. Un volto disteso non è necessariamente un volto più giovane, così come un volto segnato dal tempo non è necessariamente meno armonioso. Quando l'attenzione si sposta dalla ricerca della perfezione alla qualità dell'incontro, cambia anche lo sguardo con cui osserviamo il viso. Le mani non hanno il compito di cancellare una storia. Possono, piuttosto, incontrarla con rispetto.
Forse è questo uno degli aspetti più interessanti che il concetto di Shen può suggerire a chi lavora con il volto: ricordare che l'espressione non è separata dalla persona. Possiamo studiare una tecnica, conoscere una sequenza e perfezionare una manualità, ma rimane sempre qualcosa che nessuna sequenza può sostituire: la capacità di essere presenti davanti a ciò che incontriamo.
Perché un volto non è soltanto forma.
È espressione, relazione, cambiamento.
Ed è uno dei luoghi nei quali rendiamo visibile agli altri la nostra presenza.
Giovanni Randon
Direttore della Scuola KINUTE® – Corsi di Massaggio Facciale KAOSHIDŌ
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